IL NOME DICE TUTTO
Il giorno in cui nacqui, mio padre non era in sala parto accanto a mia madre a tenerle la mano o ad asciugarle la fronte dal sudore. No, no. Era in fila in cerca di lavoro, al caldo del cielo d’agosto, oscurato dalle polveri di carbone della miniera. A fargli compagnia, davanti agli uffici americani della “ Kaiser Mining Company” c’erano irlandesi, polacchi e cinesi, tutti emigranti, accorsi lì, nel sud della British Columbia in Canada, la cosiddetta “ terra delle opportunità” dove, secondo il mito, i soldi piovevano dal cielo.
Giovanni Saccomani, mio padre, dovette lasciare la sua terra friulana dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il nonno gli disse senza tanti complimenti che non c’era abbastanza lavoro nei campi per sostentare quattro giovani maschi sempre affamati. Dovettero decidere tra di loro chi sarebbe rimasto e chi sarebbe andato via. A dire la verità c’era anche una femmina in questa povera famiglia di contadini, ma Angelina, sua sorella, morì di leucemia a 32 anni, così la crudeltà della vita era riuscita a far risparmiare una bocca da sfamare. Mio padre, comunque, non se lo fece ripetere due volte: d’altronde era sempre stato il più coraggioso fra i fratelli; aveva fatto la campagna di Russia, per questo sapeva quanto fosse sfumato il confine tra la vita e la morte.
Presa la decisione, in breve tempo, si ritrovò su un bastimento traboccante di giovani italiani pieni di speranze e con le valigie colme delle loro miserie. Eravamo negli ultimi anni del ‘40 e Ghiovanin (il suo nome in dialetto) puntò il piede alla parte ovest del Canada: verso il sud dell’Alberta ad una ranch a Pincher Creek che apparteneva, apparentemente, al fratello della sua mamma. Purtroppo suo zio, un vero spilorcio, non lo accolse col cuore a braccia aperte; al contrario, lo mandò subito a vivere da solo nel silenzio della prateria, in una baita priva di luce, di calore e d’affetto. Neppure all’ora di cena, dopo avere trascorso lunghi giorni circondato dal bestiame, lo invitavano a entrare nella ranch house a mettersi davanti al camino in compagnia degli altri.
Un anno dopo il suo arrivo nella terra promessa, “scappai durante la notte da questa servitù di schiavitù”, usando le sue parole. Facendo l’autostop, si fermò dove l’autista del camion, Signor Fisher, gli consigliò: in un paesino sperduto nella British Columbia, ancora più a ovest dell’Alberta. Subito trovò lavoro nell’unico bar a Fernie, uno dei tanti villaggi che attiravano persone da tutto il mondo, in cerca di fortuna nelle miniere di carbone. Approfittava del poco tempo libero per andare dalle Suore cattoliche ad imparare l’inglese. In cambio lui si occupava della manutenzione del loro convento.
Quando decise che era ora di farsi una famiglia, Ghiovanin tornò alle sue radici per sposare la ragazza a cui aveva promesso eterno amore. Lei, nel frattempo, avendo perso le speranze di rivederlo, aveva già provveduto, rimpiazzando “l’amore della sua vita” con un altro giovane friulano. Mio padre non si perse d’animo: due anni di esperienza in Canada gli avevano insegnato a reagire prontamente alle difficoltà. La soluzione fu di parlare con il prete del paese per capire se ci fossero nei dintorni signorine disponibili al matrimonio in tempi brevi. La ricerca dette i suoi frutti: il prete subito gli segnalò una delle due gemelle Malisani. La Rina era già impegnata con Onelio Fraulin, ma la Ines non aveva nessuno. E così in tre mesi si sposarono. Mia madre ci spiegò poi che le era sembrato un bravo uomo e che lei lo aveva visto anche come un modo per fuggire dalla miseria del dopoguerra friulano.
Il 31 agosto 1959, dopo il mio primo vagito, mia madre, in completa solitudine nella sala parto, scelse per me il primo nome che le venne in mente: Silvana. Forse perché aveva sentito nominare la famosa attrice, Silvana Mangano. O forse perché, in quell’ambiente sconosciuto e montagnoso, avvolto da un velo di una polvere grigiastra, sentiva la mancanza del verde dei prati friulani. Del resto Silvana, anche se lei non lo sapeva, deriva dalla parola latina “silva”, ossia bosco.
Il boss della miniera, pur di non ritrovarsi più davanti il volto di questo disperato emigrante italiano, si decise ad assumerlo. Fu un bel regalo per la mia nascita: una bella bimba e un lavoro più o meno sicuro.
Negli anni ’60 ci stabilimmo a Lethbridge, nell’Alberta. Io frequentavo la prima elementare e per la prima volta sentivo pronunciare il mio nome in pubblico da qualcuno che non facesse parte della mia famiglia. Gli insegnanti spesso cambiavano, non facevano in tempo ad imparare a pronunciare il mio nome che ne arrivava un altro e l’imbarazzo si ripeteva. Da buoni anglofoni tendevano tutti ad abbreviare e così Silvana Saccomani diventava Silvia Sacomi. Ogni volta che facevano l’appello io mi facevo piccola perché mi vergognavo per la storpiatura. I miei compagni di classe avevano semplificato il problema a modo loro: mi chiamavano SIL. Ho sempre odiato questo monosillabo.
L’alterazione della pronuncia del mio nome mi ha seguita ovunque. A 16 anni mi presentai presso gli uffici del comune di Lethbridge per candidarmi al lavoro di animatrice nel centro estivo per i bambini. Durante il colloquio, l’impiegato provò a farfugliare il mio nome. Ci riuscì a modo suo, poi mi dette un’occhiata e mi disse: “Ma tu non sei giapponese? Qui ci sono i Sakamoto! Siete parenti?”
Poi mi guardò e mi disse che il mio non era un viso giapponese. Non gli risposi, presi il mio contratto di lavoro e mi allontanai. Anni più tardi, all’università, la professoressa di francese mi chiamava Mademoiselle Sac-à- Main, una traduzione ironica di Sacco-mani. Questo condizionò il basso voto di valutazione che le detti a fine anno.
Per mia madre non era stato tanto difficile lasciare la sua terra di origine, del resto le difficili condizioni di vita degli anni in Friuli non erano certamente da rimpiangere. Però aver lasciato la sua gemella Rina, sì. Il loro profondo legame era iniziato nella pancia della nonna e avevano imparato a condividere tutto, compresa la miseria. Erano figlie di un contadino che coltivava grano per sfamare, non solo la famiglia, ma anche un asino, tre mucche, alcune oche e tanti polli che costituivano tutta la sua ricchezza.
La mattina si alzavano all’alba per andare nella stalla e rimanevano lì sedute, l’una accanto all’altra, sugli sgabelli instabili per mungere a mano le loro beneamate frisone: Stella e Bianca. Gli ultimi spruzzi di latte venivano messi da parte e poi annacquati per fare colazione con una fetta di polenta avanzata. Le gemelle condividevano letteralmente tutti i pasti perché facevano colazione, pranzo e cena dalla stessa scodella.
Una cosa che le gemelle non fecero insieme fu quella di frequentare la scuola. Ci sono due semplici ragioni per comprendere perché dovessero andarci a turno. Primo: non vi era posto per entrambe nella piccola aula scolastica del paese. Secondo: vi era il problema della sedia. Ogni alunno doveva portare con sé la sedia di paglia da casa. Nella loro famiglia ne avevano solo una di scorta e così le gemelle impararono soltanto la metà delle materie dell’anno.
Quando divennero giovani, capirono che essere gemelle aveva i suoi vantaggi e da quel momento cominciarono a divertirsi. Quando uscivano insieme con i loro ragazzi facevano finta d’essere l’una la ragazza dell’altro; alla fine della serata i due poveretti rimanevano confusi, non convinti d’essere usciti con la gemella “giusta”.
Ines venne per prima al mondo, ma Rina era sempre la più spiritosa. Quando una famiglia benestante del paese non pagò la mamma per aver pulito la sua casa, fu la Rina che andò da loro a confrontarsi. Più tardi la mamma e il papà si sposarono e si trasferirono in Canada. Le due gemelle non furono separate per molto tempo perché Rina raggiunse Ines a Fernie, B.C. dopo un anno.
Loro ci narravano la loro infanzia sintetizzandola in una espressione: “MISERIA”, una parola semplice con un suono armonico, tuttavia ricolma di enorme emozione, perché nella lingua inglese descrive “la povertà assoluta”.
Per mia mamma questa parola diventò uno strumento di insegnamento durante la nostra crescita. Quando stavo per esprimere un mio “legittimo” lamento – come per esempio, il dover indossare abiti di seconda mano, condividere la bicicletta con le mie sorelle o camminare mezzo kilometro per andare a scuola – lei mi faceva sedere per raccontarmi che cos’era la povertà estrema, il suo sapore e il suo tocco.
Mi fece capire che la MISERIA ha poco sapore. Ha poca varietà. Riguardo al menù della cena, se una sera veniva servita la polenta prima, seguita dalle patate poi, il giorno dopo l’ordine cambiava e il pasto cominciava con le patate per primo e la polenta per secondo. Non c’erano mai doppie porzioni e dunque mai nessuna necessità di mettersi a dieta.
Mi fece capire che la MISERIA è ruvida al tatto. Mia nonna prendeva quei sacchi di patate e li convertiva per fare la sottoveste per la mamma e le sue sorelle, ma il tessuto pizzicava loro di continuo, creando delle irritazioni sulla pelle. Nel frattempo il nonno fece per loro delle scarpe di legno, tipo zoccoli, con la parte di sopra fatta di cartone fissato con chiodi. Non erano esattamente della misura giusta per i suoi piedi e dunque mia madre doveva mettere delle calze doppie nella loro punta, per dare spessore. Un paio per ciascuno e rigorosamente per uscire in pubblico.
Mi fece capire che la MISERIA ti rende debole e stanco. Lei non vedeva l’ora di andare alla messa quotidiana, perché dietro il velo scuro che copriva la faccia, poteva addormentarsi in pace. Maggio era il suo mese preferito: il mese della Madonna, il che le offriva l’occasione di andare in chiesa due volte al giorno, dunque due pisolini invece di uno. Svenire di fame fu l’altra cosa che capitava durante la messa e a quanto pare, mia mamma e la sua gemella svenivano a turno.
Mi fece capire che la MISERIA fa sì che i genitori si arrabbino facilmente. Se, per esempio, sprecavi un fiammifero per accendere una candela quando invece quello stesso fiammifero doveva essere conservato per l’indomani, venivi castigato.
La lezione della mamma finiva con l’affermazione che la MISERIA costringe le persone a prendere grandi decisioni. Nel caso dei miei genitori, gli fece lasciare la loro terra in cerca di una vita migliore in Canada.
Nel 2010, mio marito ed io decidemmo di comprare una seconda casa nel Belpaese. Appena lo seppe mia madre scosse la testa incredula, come se io non avessi mai ascoltato tutte le sue lezioni dell’infanzia. Nella mente di mia madre l’Italia non era cambiata, né modernizzata. Non sapeva che ora il Made in Italy era richiesto in tutto il mondo, che la polenta appare sui menù dei ristoranti Michelin e non solo sulla tavola dei contadini e che le sfarzose ville italiane sono diventate il sogno dei matrimoni americani.
I ruoli allora si invertirono e toccò a me di farla sedere, a me di toglierle la paura di vedere il suo passato ripetersi con la scelta di sua figlia. Davanti a me c’era la giovane ragazza friulana a piedi nudi, appena svezzata dalla fame, con la sottoveste addosso che le pizzicava.
Con voce bassa e calma le spiegai che soltanto scavando nel terreno del passato e nutrendo le proprie radici si poteva interpretare il futuro di quella bambina, Silvana.
Sono passati più di dieci anni da quando ho cominciato a soggiornare spesso in Italia e ogni volta capisco meglio che il mio nome, con tutte le sue complessità e i suoi malintesi, narra la storia dei miei genitori, dei loro sacrifici e delle mie radici. Infine Silvana Saccomani è il più bel nome che ci sia.
FINE